sabato 30 aprile 2011
Una vittoria di Pirro
Quella notte, quella maledetta notte, après la chiacchierata con il medico, ci dirigemmo verso l'ufficio du chef degli scavi. Tutti tranne Gutierrez, che si sentiva poco bien. Quasi fummo scoperti dalle guardie di pattuglia, ma forse era destino che riuscissimo a entrare nell'ufficio. All'interno, rinvenimmo alcune carte geologiche e una lettre di Jonathan Harris, indirizzata a Edward Chandler (il maestro Edward di cui tanto avevamo sentito parler), in cui si faceva riferimento ad un misterioso "settore A-48". Da altri documents, scoprimmo che objectif degli scavi era l'estrazione del Blue John, un minéral rarissimo di fondamentale importanza pour la realizzazione dei piani della Confraternita della Bestia.
Abbandonammo il boureau, alla volta dell'accampamento degli indios, decisi a vederci il più clair possibile anche sull'omicidio dei due minatori. Mentre camminavamo nella foresta, improvvisamente fummo circondati dagli indios, che ci scortarono al loro campement. Totem di divinità molto simili a quelle chtulhiane, torreggiavano oscuri e minacciosi sopra di nous, lugubre presagio dell'imminente disfatta. Lo sciamano de les indios ci diede il suo punto di vista sulle ultime vicende e ci informò della guerre che da lungo tempo il loro dio Ig, padre dei serpenti, conduceva contre les funghi di Yugoth. Dopodiché fummo liberi di proseguire.
Ensuite incappammo in strane impronte sul terreno, che seguimmo fino ai pressi di una grotte. Fu lì che accadde tutto, in pochi attimi. Se solo avessimo saputo tenere a freno la notre sete di vérité...!
Io e Dimitri facevamo da apripista, mentre Jacopo e McFarland ci coprivano le spalle, subito derrière nous. Il russo ed io superammo un grosso masso e solo alors notammo un gruppo di alieni che ronzavano attorno ad alcuni macchinari. Proprio così, "ronzavano": il loro aspetto ricordava quel de calabroni troppo cresciuti! A quella vista, il mio instinct di auto-conservation ebbe la meglio e così me la diedi prontamente a gambe urlando, lasciando i miei compagni al loro destino.
E fu proprio quell'atto di codardia (ma quanti di voi, messieurs, quanti non sarebbero fuggiti a quella vista?!) che mi salvai la pelle. Perché la réaction di Dimitri non fu meno impulsif della mia: usare la dinamite contro quei monstres, che follia! L'effetto fu a dir poco dirompente: la detonazione fece crollare l'ingresso de la grotte, seppellendo tanto i mostri, quanto i mes amis!
Quando mi ripresi dal terrore e tornai sui miei passi, non potei far altro che constatare amaramente il tragico epilogo delle nostre avventure. La missione ultima era infatti compiuta: privata degli ultimi quantitativi di Blue John, la Confraternita de la Bete non sarebbe riuscita nei suoi malvagi intenti. Dunque avevamo vinto e i miei compagni, immolatisi per il bene dell'humanité, erano ormai ascesi al rango degli eroi.
Voi siete tra i primi ad essere informés di quanto accaduto. Mais presto pubblicherò un'articolo sul Boston Globe. Ho già in mente il titolo:
BIDELLO RUSSO SALVA IL PIANETA.
Eroico sacrificio di tre accademici impedisce la conquista aliena della Terra.
mercoledì 13 aprile 2011
Le montagne della Luna

Due zoppi, un ferito grave, un morto, pazzia galoppante, il furto di tutti i contanti: decisamente, la trasferta in Europa prima, e soprattutto in Egitto aveva lasciato i segni sul nostro gruppo operativo. Gli orrori che avevamo visto, però, avevano almeno avuto l'effetto di temprare i nostri spiriti, al punto che riuscimmo tutti a superare senza impazzire l'aggressione di Von Castellan, furibondo per averci dovuto pagare i biglietti d'aereo e le spese sanitarie per le ferite eroicamente riportate al suo servizio.
E il relativo taglio di stipendio.
Per rinfrancarci, oltre ad ascoltare le cassette di Paul Lemond, abbiamo così deciso di concederci una piacevole vacanze, durante la quale ci siamo sfidati a chi riusciva a rimorchiare più donzelle e le più carine. Gutierrez si è dimostrato una spanna al di sopra di tutti!
Così rinfrancati, abbiamo deciso di muoverci verso il Perù, presso il piccolo villaggio di Huancucho, a 80 chilometri da Lima, dove da qualche tempo una nota multinazionale sta effettuando scavi e indagini minerarie. E dove, sempre da qualche tempo (leggermente più recente) si verificano una serie di piccole scosse telluriche. Non appena lessi questa connessione, mi vennero in mente un paio di mostri che, nel loro agitarsi, provocano terremoti. Unito alle profezie di cui eravamo a conoscenza, la prospettiva era più che sufficiente a preoccuparci.
Arrivati a destinazione, abbiamo trovato una situazione che potremmo definire intricata: se ci aspettavamo una scampagnata su pei monti – come facevo da giovane sulle Alpi dalla mia bella Italia – eravamo decisamente fuori strada.
Per fortuna che non ce l'aspettavamo.
All'ambasciata ci informarono della situazione:
1) c'era la miniera, controllata dalla multinazionale;
2) c'erano i militari, che avevano un campo lì vicino;
3) c'erano i ribelli che compivano incursioni sul territorio della miniera;
4) c'erano gli indios, che erano in fermento e facevano paura un po' a tutti.
Pensammo che il modo più sicuro di raggiungere la miniera fosse di accompagnarci ad una compagnia militare, che ci potesse proteggere in caso di attacco (o meglio coprirci la fuga: era la loro guerra e non volevamo entrarci).
Inoltre, così avremmo risparmiato l'affitto di un mezzo motorizzato o dei lama.
Gutierrez, come medico di origine andina, ci mise in guardia contro il malessere da rarefazione di ossigeno che avremmo potuto incontrare salendo. A mezz'ora di viaggio da Lima, cominciò a boccheggiare, mentre noi tutti chiacchieravamo con i simpatici militari, arrangiandoci con una comunicazione gestuale e poche parole.
Purtroppo o per fortuna, i militari non ci portarono sino a destinazione, ma ci scaricarono nell'ultimo avamposto (quasi) civile, da dove avremmo dovuto continuare sino alla miniera, dopo esserci riforniti all'unico emporio-bar del luogo.
CARRAMBA CHE SORPRESA!
Il proprietario, Vincent, non solo era francese, ma era anche amico di famiglia del nostro buon Gustave Peugeot. L'abbraccio fu commovente, e dopo un po' anche Gustave mostrò di ricordarsi di Vincent, benché fosse venuto via dalla Francia quando lui era piccino per non ben precisate differenze di vedute rispetto alla legge.
Restammo un po' nel retrobottega, bevendo un ottimo liquore locale che rese tutti felici e Dimitri ubriaco, finché non udimmo degli spari nella sala d'ingresso. Ci precipitammo quasi tutti di là: una vetrata rotta, un miliare agonizzante a terra, due chini al suo capezzale, erano quelli che ci avevano accompagnato, il signore che era stato seduto in veranda sparito. Gutierrez si lanciò a prestare i primi soccorsi al miliare, che fu presto portato via. Anche Dimitri ci raggiunse barcollando.
Vincent sembrava molto più turbato del negoziante medio che deve rifare la vetrata (e già questo è un buon livello di turbamento), ma non riuscimmo a capire altro che l'identità del tizio fuggito: era il capo dei ribelli.
Decidemmo comunque di lasciarsi alle spalle la cittadina per proseguire verso la miniera: non ci si poteva arrivare che con la guida del suocero di Vincent, con i lama da lui affittati (50 $ in totale, poi si dice che il dollaro è una moneta forte! Per fortuna Dimitri era ancora abbastanza sbronzo da offrirsi di pagare per tutti!
Purtroppo, non lo fu abbastanza per pagare i 100 $ chiesti dalla nostra guida per fornirci una mappa sulla collocazione di un antico idolo d'oro Inca.
Arrivammo alla miniera in tempo per un rapido giro di ricognizione con l'ingegnere responsabile: la miniera era, in realtà, un vasto campo di ricerca, su punti distanti anche chilometri, ideato per trovare metalli preziosi, spesso con avanzatissime tecnologie. Non era facile vigilare su tutto quel perimetro, come ci confermò il responsabile della sicurezza, con gli indios minacciosi, che avevano anche ucciso un paio di minatori. Comprendemmo, in linea generale, che i locali temevano che gli scavi infrangessero qualche tabù. L'ingegnere, uomo di scienza, non dava credito a tali superstizioni, ma noi ne avevamo viste troppe per non avvertire un brivido lungo la schiena.
O almeno così ci fu detto dall'ingegnere. A sera, dopo esserci rinfrescati nei nostri alloggi e aver gustato una discreta cena, ci recammo a far due chiacchiere con il medico del campo (con una passione per l'antropologia e l'archeologia), il quale era in vena di confidenze. Ci raccontò, per esempio, che i due minatori non erano stati uccisi dagli indios, né da umani, ma da morsi di serpenti velenosi.
Tanti morsi.
Molti più morsi di quanti ne avesse mai visti.
Quando uscimmo dalla casupola del medico, la notte era oramai calata. Le luci spente. Era oramai venuto il tempo di dedicarci a quello che era stato il nostro obiettivo dal momento stesso in cui l'avevamo visto: la baracca del capo ingegniere.
Colma di documenti.
Di certo compromettenti.
giovedì 7 aprile 2011
Segreti d'Egitto
C'est dure la vie dell'avventuriero. I pericoli attendono dietro ogni angolo e a volte la sorte costringe a separarsi dagli amici prima del tempo.Sakasà, sei stato un degno compagno di avventure (ma dove???ndr), non ti dimenticheremo! Però in effetti la zingara... quell'ombra che ti seguiva... Forse non tutti i mali vengon per nuocere, come si dice.
La seconda journée di scavi è stata più fruttuosa della precedente e dopo poche ore sono emerse le premiere tracce della tomba di Nephren-Ka, che a lungo il Dott. Galloway aveva cercato altrove, invano. L'atteggiamento scettico che l'illustre archeologo aveva mostrato inizialmente nei nostri confronti, si è tramutato in gratitudine e concitazione quando, il giorno seguente, dalle sabbie del deserto, è enfin emerso l'ingresso alla tomba del sacerdote egizio.
Ad ogni modo, non c'è stato nemmeno il tempo di pavoneggiarsi un po', perché la nostra attention è stata subito catturata da un particolare inaspettato: il sigillo che proteggeva l'ingresso era spezzato! Donc non eravamo i primi a scoprire quella tomba, qualcuno ci aveva preceduti! Nessuno voleva rimanere indietro e così siamo entrati tutti, insieme a Galloway, i suoi due aiutanti Mcfarland e Lorens, e il sospetto Ab-Katif, interprete e chef degli scavi.
All'interno, il pavimento era percorso dalle orme di coloro che, prima de nous, avevano esplorato quel luogo misterioso. Il lungo corridoio conduceva ad una porta, ai cui lati si trovavano due sarcofagi sigillati. A questo punto è sorto un breve dibattito: violare o non violare i sarcofagi? Lo storico italien sosteneva che non aprirli avrebbe costituito una violation del codice deontologico del buon profanateur, ma alla fine si impose il parere di Galloway, che consigliava di procedere oltre.
Così, abbiamo varcato la soglia del luogo dell'eterno riposo di Nophru-Ka, dove giaceva il sarcofago del sacerdote e poco distante il cadavere di un homme che doveva esser stato giustiziato. Mentre ci guardavamo intorno, con la coda dell'occhio ho visto Katif che spariva oltre la porte, con in mano qualcosa che non sono riuscito a distinguere chiaramente. Nel mentre, dai sarcofagi che avevamo poc'anzi ignorato, erano fuoriuscite due mummie con testa di crocodile, che non sembravano essersi risvegliate pour faire de la conversation.
Mi sono dunque lanciato all'inseguimento del traditore ma, mentre cercavo di surpasser le mummie, sono stato ferito gravemente al braccio destro. Ciononostante sono uscito dalla tomba, giusto in tempo per vedere Katif che si allontanava sulla gobba di un cammello. Ho estratto fulmineo la pistola con la mano sinistra, sparando due colpi, ma invano: era ormai lontano.
Intanto i miei compagni facevano del loro meglio (si fa per dire) contro le mummie e ensuite mi hanno raccontato che Mcfarland, spinto dalla disperazione, era saltato direttamente tra le braccia delle mummie, nel vano tentativo di oltrepassarle. Quando però sono tornato nella tombe con un manipolo di operai per soccorrere i miei compagni, le due mummie erano ormai state sconfitte.
Usciti dalla tombe, abbiamo frugato nella tenda di Katif, dove abbiamo ritrovato gli averi, che ci erano stati sottratti. Nessuna traccia però dei nostri contanti. In compenso nella tenda c'era una lettre del barone Hauptman, il quale ordinava a Katif di ostacolarci e di far sparire alcune pergamene nascoste nella tomba: certainement era con quelle che Katif era fuggito dalla tombe.
In effetti questa campagna d'Egitto non è stata propriamente un successo: abbiamo perso beaucoup de temp a girare a vuoto tra le sabbie del deserto, siamo stati vittima delle angherie dei predoni e abbiamo perso Sakasà. Se non altro per un amico che va, uno che viene: Mcfarland, l'intrepido aiutante di Galloway, ha deciso di unirsi alla nostra allegra compagnia ed è volato con noi nel civilizzato Nuovo Mondo. A Boston, abbiamo potuto rinfrancare le corps et l'esprit, nonostante le ramanzine di Von Castellan, infuriato per aver dovuto sborsare il denaro per i biglietti aerei: quello spilorcio!
Nel frattempo ci è pervenuta una nuova cassetta di Paul Lemonde, in cui farfuglia qualcosa su terremoti in Perù che preannuncerebbero l'arrivo della Bestia. Una nuova pista da seguire donc, oltre a quella della bibliothèque di Caelano, che dovremo provare a raggiungere, e al sarcofago di Nophru-ka, che abbiamo fatto arrivare dall'Egitto e che, secondo Jacopo, aspetta seulement di essere aperto. Quale sarà la nostra prossima mossa?
giovedì 24 marzo 2011
La scomparsa di Sakasà
Qualcuno dovrà pagare per tutto questo.Abbiamo i nostri sospetti, certo, ma ancora nessuna prova: tuttavia, non lasceremo questo deserto prima di aver recuperato i nostri averi – inclusa la sciabola del mio bisavolo – e di aver avuto la giusta soddisfazione da chi ci ha irriso. La morte potrebbe essere una giusta compensazione per quanto abbiamo subito.
Forse.
Ma forse è meglio procedere con ordine.
Dopo aver abbandonato il castello transilvano, siamo ritornati verso la civiltà, ma prima di tornare negli Stati Uniti ci siamo fermati per dieci giorni ad Atene: la gamba di Sakasà era peggiorata, e avrebbe rischiato l'amputazione se non avesse ricevuto pronte cure. Invece, se l'è cavata con una zoppia permanente.
Nel frattempo, io ho studiato il De vermis misteris, una vera miniera di informazioni, e abbiamo mandato un testo cinese trovato nel castello a Von Castellan, che ce l'ha mandato tradotto (parlava degli accorgimenti utili a sperare di uscire vivi dalla Grande Biblioteca di Celano), insieme all'ordine di raggiungere il dott. Galloway , eminente archeologo, che stava cercando invano la tomba di Nephren - Ka, antico Gran Sacerdote egizio e che, come risultava dai libri da noi scoperti, era stato il più antico appartenente alla Confraternita del Capro Nero.
Avremmo potuto tornare negli Stati Uniti, ma il biglietto sarebbe costato 100 $ a testa, mentre Von Castellan ci aveva accluso i biglietti per Il Cairo, così la nostra sete di conoscenza ci portò a proseguire la nostra avventura, non prima di aver spedito all'Università i nostri più preziosi ritrovamenti.
Al Cairo ci aspettavano due assistenti del professore, che avevano l'incarico di portarci da lui, e che si rivelarono presto uomini più colti che simpatici. Il vanto di saper leggere i geroglifici li rendeva di una insopportabile supponenza nei nostri confronti.
Eppure, la conversazione con loro non sarebbe stata la prova peggiore che avremmo affrontato in Egitto.
Per l'intervento di qualche entità angelica, probabilmente, non avevano l'incarico di accompagnarci sino al campo base del professore, ma a metà strada ci affidarono ad alcune guide. Il viaggio, però, fu subito duro: prima fummo ostacolati da una tempesta di sabbia, e poi accerchiati da un branco di predoni, evidentemente prezzolati da qualche oppositore, che ci bendarono, depredarono e gettarono in una profonda fossa, distante un giorno di cammino dal luogo dove eravamo stati catturati.
Per nostra fortuna – se di fortuna si può parlare per chi ha appena perso tutti i suoi risparmi e la spada degli avi – i predoni non avevano controllato la tomba a cielo aperto nella quale ci avevano gettati: un crollo aveva aperto un percorso nelle viscere della terra. Il percorso era stato scavato da mano umana, era fiocamente illuminato da strane torce che si spegnevano non appena venivano staccate dal muro, e proseguiva per molti chilometri, sino a sboccare in una strana grotta, dove tutti vedemmo – o credemmo di vedere – un uomo alto, su un trono, in posa solenne con due assistenti, uomini con la testa di coccodrillo, che si avvicinarono di un passo verso di noi. L'alto uomo nero (che subito riconobbi come la forma umana del dio Nyarlatothep) fece un cenno, e fummo travolti da un flusso di conoscenze arcane e pensieri spaventosi, capaci di minare persino la nostra già non solidissima solidità mentale.
Quando ci riprendemmo, tutto era sparito. Solo una luce, in alto, ci indicava una via di fuga. La cogliemmo, ma per due giorni dovemmo vagare nel deserto, sfiniti, senza cibo né acqua, sotto la guida di Sakasà (il cui itinerario prevedeva percorsi ad anello), prima di trovare gli uomini del professore: eravamo salvi!
Faticammo un po' a convincere il professore (che intanto era stato raggiunto dai due assistenti che ci avevano accolto al Cairo) dell'affidabilità delle nostre informazioni, ma alla fine decide di affidarci quattro braccianti per tentare lo scavo nel luogo da noi indicato.
Il primo giorno fu solo interlocutorio, ma mi servì a raccogliere le informazioni necessarie a trovare dove scavare con sicurezza l'indomani.
Per chi ci fosse arrivato.
Stabilimmo i turni. Ma la mattina dopo, non tutti eravamo vivi: i pezzi di Sakasà coprivano tutta la zona, come se fosse stato lacerato da una bestia sovraumana, che ci aveva risparmiato. Anche l'egiziano che aveva condiviso il turno di guardia con lui non era in condizioni migliori.
Ma l'avrebbe pagata anche il mostro. Anche se in fondo, poverino, lui seguiva solo il suo istinto, e poi Sakasà era già zoppo. Chi davvero doveva pagare era il maledetto ladrone, che magari se la stava spassando con i miei mille dollari e giocherellava la mia sciabola avita.
Lui non aveva scusanti.
Doveva pagare.
Pagare tutto.
Pagare caro.
mercoledì 16 marzo 2011
Assalto al castello
Il bosco era dannatamente umido, nella notte. Molti tendono a trascurare questo aspetto, quando sono a caccia di un presunto vampiro, ma si possono sgominare mostri oscuri, e soccombere alla broncopolmonite. Ma io avevo la maglia di lana che mi aveva spedito la mia mamma (italiana). Quanto al vampiro, eravamo pronti ad affrontarlo: grazie alla geniale idea di Dimitri (“meglio cacciare vampiri nella notte, così sono non si nascondono ma sono attivi”), avevamo la quasi certezza di trovarlo. E non lo temevamo.
Ci addentrammo nell'ampio cunicolo che quasi certamente conduceva al castello, con i paletti di frassino pronti nelle tasche più a portata di mano, ma con i fucili in mano, perché va bene la leggenda sullo spaccare il cuore, ma la maggior parte dei pericoli si sistemano meglio con le armi da fuoco, come mi insegnava la mia lettura dei Manoscritti Pnakotici, e un po' di esperienza diretta.
Il nostro primo incontro, però, fu di morti che non avevano avuto la possibilità di una non-morte: procedendo lungo il cunicolo, una parete franata rivelava un'ampia stanza, dove erano distesi una ventina di cadaveri, che apparentemente erano lì da almeno una decina d'anni. Non recavano segni di ferite: la loro morte era stata decisamente più orribile, erano stati murati nella stanza, come rivelava la sagoma di una porta riempita di mattoni.
Gli sventurati avevano costituito un plotone militare zarista, come era evidente dalle divise.
Io, Sakasà e Gustav ci guardammo negli occhi, e subito decidemmo di svolgere il triste e doveroso compito dal quale non ci si può esimere allorché si incontrano i corpi di sventurati insepolti: perquisirli e, se possibile, saccheggiarli.
La nostra analisi rivelò che:
- le truppe zariste disponevano di fondi oramai limitati, perché non trovammo un soldo;
- in questi anni l'industria bellica aveva compiuto grandi progressi, perché le armi in dotazione del gruppo erano dei veri catenacci;
- gli sventurati dovevano essere coinvolti in qualche genere di missione, perché l'ufficiale stringeva ancora un cassetta;
- nella cassetta era custodito un diario, che Dimitri riconobbe, nonostante fosse assai sgualcito e con molte pagine illeggibili, nientemeno che quello di Rasputin.
Preso il testo con noi, proseguimmo, sino ad arrivare ad un muro che chiudeva il tragitto. Ma non tornammo indietro, un'idea, forse un'ispirazione di Dio, ci folgorò: nessuno scava nella roccia un cubicolo di decine di metri per non arrivare da nessuna parte, quello poteva essere un passaggio segreto!
Non ci fu difficile trovarlo, e in un istante ci trovammo in una sorta di studio ottico, nel quale non si erano evidentemente mai preparati occhiali da vista: c'era qualcosa di strano, e non faticammo ad indovinare che qui fossero stati preparati quelli donati a Cornwellis dal barone. Intascammo una lente, e continuammo l'ispezione. Oramai ci trovavamo nei sotterranei del castello.
Improvvisamente, sentimmo due individui avvicinarsi: erano gli scagnozzi del barone, e chiacchieravano tranquillamente in slavo. Girarono prima di noi. Sakasà intese che parlavano di rompere una pietra. Svoltarono prima di arrivare al cunicolo dove eravamo nascosti, e decidemmo di pedinarli.
I nostri peggiori sospetti erano fondati: i due erano incaricati di rompere la pietra sulla quale era riportato il sigillo che impediva a un antico, da seicento anni intrappolato nel pozzo, di uscire per devastare quell'angolo di Transilvania! Appena risuonò la prima picconata, decidemmo di agire nel modo più diretto: uccidendo i due. Io, Gustav e Dimitri ci gettammo all'attacco all'arma bianca, e prima che costoro potessero reagire erano in terra, morti o agonizzanti. Nel pozzo, ribolliva un Orrore, ma non poteva uscire: il Sigillo degli antichi era una soglia insuperabile per lui.
Ma non era finita: risuonò uno sparo alle nostre spalla, Sakasà, che il Destino degli eroi volle forse punire perché si era vilmente tenuto indietro, cadde in terra ferito gravemente. Ci voltammo: era Lazlo, il primo degli scagnozzi del Barone Haupman! Ma fu il suo ultimo colpo: con uno scatto fulmineo, Gustav lo colpì alla testa.
Ma commettemmo l'errore di non verificare di averlo ucciso: ci avrebbe sparato ancora, se non fosse provvidenzialmente intervenuto il nostro amico biologo, che con una scarica di mitragliatrice pose fine alle sofferenze di Lazlo. In effetti, quella di biologo era una copertura: il russo era venuto per cercare il diario di Rasputin, di cui si erano perse le tracce proprio in quella zona. Grati per averci salvato, gli consegnammo il prezioso documento, ma non prima di averne copiato le pagine leggibili.
Il nostro amico ci rivelò anche che il Barone Haupman era fuggito a cavallo di qualcosa di invisibile (forse il vampiro che aveva attaccato il figlio della zingara?): era tardi per cercarlo ancora, evidentemente aveva deciso di sacrificare i suoi servi per liberare l'Antico.
Decidemmo, comunque, di perquisire il Castello, e in effetti alcune stanze si rivelarono assai interessanti. Trovammo:
- una cripta di famiglia, le cui tombe erano tutte vuote, salvo una che conteneva un cadavere recentissimo;
- una sala di tortura;
- un laboratorio chimico, dal quale asportammo un paio di fiale di una strana droga gialla;
- una donna torturata a morte nella camera da letto del Barone;
- i diari dei vari Baroni Haupman, dal trecento ad oggi. Tutti redatti nell'identica calligrafia (sebbene i ritratti degli avi effigiassero individui diversi).
Ma le maggiori sorprese ci attendevano nella torre, che era adibita ad osservatorio astronomico, con uno straordinario telescopio. Un diario conteneva annotazioni: da secoli (secoli!) i Baroni seguivano i movimenti della Stella …, che ben mi ricordo essere uno dei luoghi di incarnazione di Chtulhu. Cosa si aspettava da essa?
E forse poteva addirittura recarvisi?
Da alcuni appunti nascosti nel luogo, risultava che la droga gialla (di cui trovammo altre fiale sigillate) era un composto ipnotico necessario a viaggi magici da compiere tramite il teletrasporto. E di certo il Barone era un grande mago: tra i suoi effetti, c'era la pergamena per evocare Nyogtha, l'Antico che ribolliva nel pozzo dei sotterranei, e anche uno dei più preziosi libri di Occulto, ossia il De Vermiis Mysterii.
Avevamo preso il castello, ma la nostra caccia era appena iniziata.
giovedì 10 marzo 2011
Il barone Hauptmann

Quando lo storico della compagnia è assente, quale miglior sostituto del suo collega journaliste, n'est-ce pas? Dev'esser quel che hanno pensato i mei amici, quando hanno deciso di appiopparmi il compito (l'onore, a sentir loro) di raccontare le ultime vicende del nostro entourage. Come se già non avessi altro da scrivere per il mio lavoro! (ma smettila, ndr)
Dove si era interrotto quell'italiano stralunato...? Ah oui, je me souviens! Il prete ci ha condotto nella cripta, dove abbiamo passato ore tra volumi polverosi e antiche pergamene, à la recherche di informazioni preziose. Tra le altre cose, abbiamo scoperto di una passata spedizione di popolani all'interno del castello del barone Hauptmann, a cui partecipò anche il prete di allora: in una pergamena, il sacerdote racconta che proprio in quell'occasione venne in contatto con un'entità oscura, che non è di questo mondo. Plus tard siamo tornati a riveder la luce ed essendo ora di pranzo siamo tornati alla locanda, dove abbiamo pranzato con lo studioso ungherese di cui ci aveva parlato monsieur Drobne: un personaggio très intéressant, che guardava Dimitri come se già lo conoscesse... Congedatici dal giovane biologo, ci siamo diretti al campo degli zingari dove un'anziana signora si è offerta di leggerci le carte. Le ha lette a tutti, tranne che a Sakasà... bah, chissà se è vero quel che mi ha rivelato su di lui. Ad ogni modo, le carte non indicavano nulla di buono e poco dopo il figlio della zingara è stato aggredito da un monstre invisible, che si è rivelato solo dopo che l'abbiamo riempito de plomb... anche se effectivement non mi è sembrato molto danneggiato. Al contrario, il figlio della zingara era moribondo, ma il nostro medico lo ha prontamente soccorso, dopo averlo adagiato sulla vasca da bagno portatile di Sakasà... Che cosa mi tocca scrivere! Siamo quindi tornati alla locanda, dove mi sono riposato insieme agli altri, dopo aver controllato che non ci fossero malefiche creature ad otto zampe appostate nei paraggi. Proprio quando ero nella fase di più profonda concetrazione (zzz), Gutierrez ha deciso di avvistare una luce sospetta proveniente dal castello: merde! Dopo esserci consultati con tempestività (si fa per dire), ci siamo fiondati dal prete per informarlo, ma lui non ha voluto essere coinvolto, quel codardo! Allora abbiamo deciso di introdurci nella camera dello studioso, dove abbiamo trovato armi da fuoco e munizioni. Dalla finestra spalancata filtrava la luce lattea della luna piena... Ci siamo allora diretti verso il castello, abbiamo perlustrato il bosco ad esso antistante e abbiamo infine scoperto un passaggio nascosto, che immaginiamo conduca al castello. Mi rammarico di non essere stato troppo preciso nel rapporto, sono sicuro di aver omesso qualche dettaglio importante. Solitamente la mia precisione è proverbiale, ma purtroppo in questo momento non trovo il mio prezioso taccuino degli appunti... sarà certainement uno scherzo di quel burlone di Dimitri!
di Gustav Pegeut
giovedì 3 marzo 2011
Viaggio in Romania
Secondo la leggenda, Achille passò mesi vestito da donna e nascosto presso il Re Licomede, ma in realtà curava nel cuore la furia e la grandezza della Guerra di Troia. Anche noi per un paio di settimane, siamo rimasti a New York in un regime di calma apparente, ma in realtà stavamo già preparando la prossima azione. Del resto, è evidente che quel che ci manca è un Omero: il massimo che abbiamo ottenuto sino ad ora è stato qualche trafiletto sul Boston Globe a proposito di “soliti ignoti” che hanno profanato una tomba, e di altri sconosciuti che hanno massacrato una vecchina. Tuttavia, meglio rimanere ignoti piuttosto che essere cantati (in cella) per simili gloriose imprese.
Ad ogni modo, abbiamo studiato per bene la situazione del barone Hauptman. Avremmo voluto conoscere qualcosa anche sulla Confraternita della Bestia, ma nonostante io sia uno dei migliori bibliofili della East Coast, non trovammo praticamente nulla, salvo la notizia (invero non recentissima) di un teutonico che era stato espulso dall'ordine perché accusato di aver preso parte a questa confraternita, nel 1200. Da allora, più nulla.
Ma quell'episodio si riferiva proprio al paese nel quale stavamo per recarci: la piccola città di Drovosna (vicino Klausenburg, odierna Cluj), un paese di duemila anime sul quale troneggiano i ruderi dell'antico maniero degli Hauptman. Antico davvero: costoro ebbero il potere sulla zona sin dalla notte dei tempi, e resistettero perfino ai Mongoli ed ai Turchi.
Ottenuto un visto per motivi di caccia (in fondo, era vero...), siamo partiti per la Romania, con un lungo viaggio in nave durante il quale Sakasà ha provato un po' a psicanalizzarci affinché ci riprendessimo da tutto quanto di sconvolgente avevamo visto nei giorni precedenti, dal ragno che usciva dagli occhiali sino all'orribile vecchina in camicia da notte.
Appena giunti in loco, ci siamo resi operativi indirizzandoci all'unica locanda del paese, la tana dell'oste Drobne, un gioviale poliglotta con la convinzione che agli inglesi o affini (ossia chiunque intenda l'inglese) faccia piacere essere insultati. O, più probabilmente, qualche burlone gli ha spiegato che “vecchio bastardo” è un complimento, mentre quanto di più carino si può dire della propria moglie e della propria figlia è che sono “le migliori troie del paese”. Ad ogni modo, nonostante questa dichiarazione, le due donne non si sono viste.
In compenso, Drobne ci ha fornito molte informazioni interessanti, a parte una pausa di timoroso silenzio all'ingresso di un uomo deciso seguito da quattro scagnozzi: come ci è stato spiegato, si trattava di Lazlo, l'uomo d'azione del barone Haupman, l'unico ad essere al suo fianco da quando questi è tornato ad abitare il maniero dei suoi avi, quarant'anni fa.
Abbiamo anche saputo che in una stanza della locanda risiede da alcuni un giovane ricercatore, ma non siamo riusciti a vederlo: torna solo verso sera.
Così, abbiamo deciso di passare in visita alla Chiesa locale, un po' per prepararci l'anima ad una probabile dipartita in caso di vista da Hauptman, in parte per raccogliere informazioni. Fortunatamente il prete era un uomo assolutamente affabile, con due complimenti sulla qualità artistica della sua Chiesa, ci ha fatto entrare, e non appena abbiamo rivelato di essere interessati al folklore locale (assai credibile da quando Bram Stoker ha ambientato da quelle parti il suo romanzo), ha cominciato a raccontarci del vampiro locale.
Periodicamente, infatti, nella zona si trovano morti inspiegabili, dissanguati. A fine Ottocento ci fu una vera strage, ma gli assassini non sono mai finiti, gli ultimi erano vecchi di un paio d'anni appena. Del resto, almeno una volta il presunto vampiro aveva reso un servizio alla comunità: quando i Turchi assediavano il castello e gli Hauptman resistevano, un mattino i capi dell'esercito ottomano furono trovati dilaniati, e gli invasori decisero di abbandonare la zona per virare verso la Valacchia.
Ora, era un caso che la belva avesse fatto un favore agli Hauptman, o c'era una connessione?
mercoledì 2 marzo 2011
La cosa nel pozzo
Visitammo per prima la soffitta, polverosa e disordinata. La defunta vecchina era stata una pessima massaia.
Ma come ben sanno gli antiquari, è nelle soffitte più polverose che si annidano i maggiori tesori, e questa non faceva eccezione. In più, non dovevamo neppure pagare. Dopo alcune ricerche, trovammo un vecchio baule, che conteneva gli effetti personali del defunto sig. Corwallis: un paio di occhiali, vecchi libri, un paio di lettere assai interessanti. Dopo aver assassinato la sorella, non ci saremmo certo imbarazzati nel leggere la sua corrispondenza: benché sia un atto poco signorile, spesso si rivela utile per le indagini. Questo caso non fu da meno: le lettere venivano dalla Transilvania, ed erano scritte dal Maestro della Confraternita della Bestia, il barone Hauptman : egli era venuto a Boston trent'anni prima, perché vi era nato Il Figlio (di chi non era dato sapere), una nascita rara e attesa dalla confraternita per motivi a noi ignoti. In seguito era venuto negli Stati Uniti, dove aveva donato a Cornwallis un paio di occhiali magici da lui stesso costruiti (gli stessi che avevamo appena rubato), e se ne era andato con un certo maestro Edward . Di certo, Il Figlio non era il figlio di Cornwallis, le date non combaciavano: in compenso, scoprimmo che aveva tentato di farlo vivere in una vasca della cantina.
Peugeot ebbe l'illuminazione: “E ora vive nel pozzo!”.
Non doveva essere un bambino normale.
In cantina, difatti, trovammo molto ciarpame inutile e la vasca, sporca e incrostata di alghe. Era tempo di affrontare l'ex bambino: ora che nessuno l'avrebbe più nutrito con polli andati a male, sarebbe uscito più spesso in cerca di prede umane.
Eravamo incerti su come agire: l'ideale sarebbe stato muoversi in silenzio in modo di non attrarre su di noi tutta la polizia dello Stato, e per questo scartammo quasi subito l'idea di Dimitri (riempire il pozzo di candelotti di dinamite accesi).
Bisognava agire d'astuzia.
Decidemmo di provocare il mostro, e poi colpirlo con le armi bianche: a tale scopo, trascinammo il cadavere di sua zia in cortile e lo gettammo nel pozzo. Dopo alcuni istanti di silenzio, udimmo una sorta di lamentio. Poi nulla.
Improvvisamente, fui io a sentire qualcosa: un tentacolo mi si avvinghiava alla gamba. Sguainai la sciabola e lo recisi di netto. Solo allora vidi l'orrore che usciva dal pozzo: una specie di ibrido fra un cervello e una medusa.
Disgraziatamente, Peugeot non aveva sentito la parte del piano sul fare silenzio e usare l'arma bianca, oppure preferì rimanere lontano, fatto sta che sparò una fucilata contro l'essere. Non lo infastidì nemmeno. Dimitri, invece, assestò un gran colpo d'ascia, e la bestia lasciò questa valle di lacrime.
Ci allontanammo in camion ostentando tranquillità, mentre sul posto accorreva la polizia.
Il giorno dopo, eravamo a New York, nella nostra Università, nel nostro laboratorio, con gli occhiali di Cornwallis. Von Castellan ci aveva già raccomandato di partire per la Transilvania, ma noi, prima, volevamo sapere qualcosa in più su questo oggetto ottico. Dimitri scelse la via diretta: li indossò, e un attimo dopo una zampa di un enorme ragno lo sfiorò.
Da allora, ogni volta che Peugeot vede un ragnetto, anche piccolo, comincia a tremare.
mercoledì 23 febbraio 2011
Guai a Boston, parte 2: La villa Cornwellis
Abbiamo oziato fino alla tarda mattinata in albergo, per recuperare energie dopo la notte di sacrilega attività, ma nel primo pomeriggio era già ora di rimettersi all'opera, anche perché l'albergo costava 3 dollari al giorno, e dunque non c'era tempo da perdere.
Del resto, non c'erano dubbi su quale dovesse essere la nostra prossima attività: visitati i Cornwellis defunti, si doveva passare ai vivi. Avevamo la netta sensazione che nella loro villa si celasse la chiave del mistero.
Mentre passeggiavamo con discrezione intorno alla villa, un ragazzino esce dalla casa, e finisce praticamente in braccio a Gustav, che prontamente approfitta della situazione per scoprire che il moccioso era il garzone del macellaio e che recapitava ogni settimana alla (così definita da lui) “gentilissima signora” dodici polli crudi.
Dato che la signora aveva queste credenziali di gentilissima, Gustav ha proposto di spacciarci per docenti universitari appena giunti a Boston interessati all'acquisto della villa. Non che fosse molto credibile, dato lo stato della villa, ma abbiamo deciso di provarci: alla peggio saremmo stati cacciati.
Invece, con nostro stupore, la vecchia, pur rifiutando la vendita, ci ha invitato dentro per un tè, e si è addirittura offerta di mostrarci la casa. Probabilmente soffriva di solitudine, dato che, come subito ci aveva riferito, viveva solo dalla morte di suo fratello, “lo stimato medico”. Ovviamente, abbiamo colto la palla al balzo.
La casa, che era stata costruita dal signor Cornwellis stesso, versava in uno stato di incuria tremenda. Già entrando avevamo notato un giardino incolto, con un pozzo in cattivo stato, e l'interno era sporco, disordinato, cadente. In cucina aleggiava un puzzo di carne andata a male. Presto sapremo se il tè ci ha intossicato.
Appena meglio era il piano superiore, dove c'erano quattro stanze: quella della vecchia, una seconda che abbiamo intravisto solo di sfuggita (ma sulla cui tappezzeria sembrava si fosse affilato le unghie un gatto vitaminizzato), le due camere dei defunti, tenute come reliquiari.
A questo punto, Gustav ha commesso un errore: insistere per entrare nella stanza del defunto signor Cornwellis.
D'improvviso, ogni cordialità è sparita dal volto della signora, che è diventata quasi minacciosa. Sakasà si è rapidamente accomiatato a nome di tutti, e appena fuori ci ha spiegato il perché: la pacifica anziana signora aveva in mano, seminascosto nelle ampie pieghe della gonna, un coltello pronto a pugnalarci!
Dovevamo tornare di notte, di soppiatto, e visitare meglio quelle stanze. Altri tre dollari di albergo sprecati.
Siamo arrivati alla casa a mezzanotte, e le luci ancora non erano spente. Abbiamo intravisto la signora uscire, gettare qualcosa nel pozzo, rincasare, e dopo dieci minuti tutte le luci erano spente. Dopo mezz'ora ci siamo mossi.
Avevamo diverse opzioni per ispezionare la casa senza turbare l'inquilina:
- agire in perfetto silenzio (evidentemente non ne saremmo stati in grado);
- addormentarla con il cloroformio (non era in vendita);
- soffocarla con un cuscino;
- spaccarle la testa con l'ascia di Dimitri.
Incapaci di decidere, ma propensi al cuscino, ci siamo mossi in parziale silenzio. Abbiamo forzato la porta del retro, siamo scivolati in cucina, e poi su per le scale, fino alla stanza della vecchia.
Alla fine abbiamo dovuto usare l'ascia.
La padrona di casa ci aspettava con i coltello sguainato, Dimitri, che era davanti, ha posto fine alle sue sofferenze terrene e alla sua solitudine.
Ora avevamo tutto il tempo di esaminare la casa.
Guai a Boston, parte 1: La cripta

Evidentemente, Von Castellan aveva capito che la situazione a Boston si sarebbe fatta dura: tre ore dopo la nostra relazione sugli eventi, ci si presenta un nuovo collaboratore: l'esperto Sakasà Sabà ha dimostrato subito di essere anche fortunato, visto che ci ha incrociati proprio sulla porta dell'albergo, mentre ci avviavamo a compiere un passo importante della nostra ricerca.
Dieci minuti più tardi e avrebbe dovuto cercarci direttamente al cimitero.
Avevamo, infatti, sentito versioni assai contrastanti sulla morte dei Cornwellis, e a dire il vero non del tutto convincenti. Ci stavamo chiedendo come saperne di più, quando il nostro Dimitri si è illuminato:
“Io ho sempre con me, sul camion, tutto il necessario per profanare le tombe!”
Un rapido sopralluogo al cimitero di Boston ci ha permesso di individuare la cripta familiare dei Cornwellis e di appurare che la sorveglianza era decisamente limitata: una guardia che girava attorno al lungo muro perimetrale, e solo perché, anni addietro, qualcuno aveva cercato di aprire proprio la tomba di Cornwellis per girarlo, secondo una antica pratica per impedire agli stregoni di risorgere. Ma era stato fermato.
Ma noi non saremmo stati altrettanto stolti.
A mezzanotte, verificata la posizione del guardiano, abbiamo scavalcato il muro, e dopo quattro ore di ricerca sotto la pioggia eravamo di fronte alla tomba giusta. Forse avremmo dovuto prendere dei riferimenti più precisi, durante il giorno.
Ad ogni modo, le tenebre erano ancora fitte, e siamo scivolati agevolmente nel sepolcro. Abbiamo aperto la tomba della signora Cornwellis: il cadavere era quasi decomposto, ma si vedeva ancora il proiettile che l'aveva uccisa, come riportato dai giornali dell'epoca.
La prima sorpresa ci è stata regalata dal di lei defunto consorte: sul cadavere rinsecchito si vedevano ancora i segni di un colpo da arma da taglio (un coltello?) che gli aveva squarciato la cassa toracica. E di questa violenza i giornali non avevano riportato nulla.
La maggior rivelazione, però, doveva venire dalla piccola tomba del bambino: era vuota e mai utilizzata. Eppure, secondo le cronache, era morto a pochi mesi, e dal suo trapasso erano iniziati i problemi familiari.
Rivoltato il cadavere di Cornwellis per prudenza, scattate le foto, avremmo voluto rimettere tutto a posto, ma la stanchezza ci ha giocato brutto scherzo: una lastra di marmo ci è caduta, spezzandosi con uno schianto che è rimbombato per tutta la cripta come una tromba del giudizio, e che certo avrebbe richiamato l'attenzione del guardiano.
Siamo fuggiti rapidi, Dimitri ci ha aiutato a scavalcare il muro e siamo tornati in albergo.
Il giorno dopo eravamo sul Boston Globe, come ancora sconosciuti profanatori della tomba di Cornwellis. Nessun cenno al cadavere mancante del bambino.
martedì 15 febbraio 2011
Il mistero di Boston
Quattro settimane dopo.Ho studiato per quattro settimane i Manoscritti Pnakotici, e probabilmente li dovrò rileggere perché non ho capito nulla. Il mio assistente ha finito di correggere le prove di esame, e si è licenziato: lavoro troppo stressante, ha dichiarato.
L'avrei licenziato io, comunque: quel disgraziato ha bocciato l'89% dei candidati, che si presenteranno tutti al prossimo appello. Altre 110 prove da correggere, più i nuovi.
A Boston, però, si stava consumando una tragedia ancora peggiore, prevista da Paul, che, ora ricoverato a casa, ci aveva fatto avere alcune cassette da lui registrate, in cui ripeteva di bestie che avrebbero ucciso bambini.
E i bambini hanno cominciato a morire davvero.
A Boston, per la precisione: tre morti, a distanza di due giorni l'uno dall'altro. La solerte polizia aveva già la soluzione in mano: chiedere ai genitori di non far uscire i ragazzini da soli la notte. In fondo, erano tre figli delle classi più disagiate, perché preoccuparsi tanto?
Fortunatamente, il nostro Von Castellan non la pensava così, e si è presentato in Sala docenti con tre biglietti per Boston: da New York non si poteva certo indagare.
Non che si preoccupasse dei bimbi poveri, secondo me, ma la questione puzzava di orrori misteriosi.
Io e Gustav ci siamo precipitati al Globe di Boston, dove il francesino era conosciuto. Si è stupito lui stesso che lì sapessero di chi si trattava, comunque ci hanno fatto parlare con il cronista che aveva curato gli articoli sulla questione, e abbiamo scoperto una circostanza che confermava i nostri sospetti: sul luogo di uno dei delitti era stata scoperta una strana scia di bava, che (seguita da un testimone) portava sino al muro della villa di Cornwellis.
La questione mi intrigava, e con una rapida ricerca negli archivi ho scoperto che tale villa era già stata sede, trentacinque anni prima, di una storia inquietante: il proprietario aveva ucciso la moglie, a un mese dalla morte del figlio. E, in quel periodo, erano stati assassinati altri tre bambini.
Non ci voleva un genio per cogliere un nesso, ma evidentemente la polizia di Boston non era composta da geni, visto che avevano deciso di ignorare completamente la pista che portava alla villa, come abbiamo scoperto quando ci siamo recati al Commissariato, insieme a Dimitri, che ci aveva raggiunto in camion con l'equipaggiamento.
L'agente con il quale abbiamo parlato è stato assai sgarbato, solo un'arringa sul diritto di informazione tenuta da Paul, particolarmente acceso, lo ha indotto a fornirci alcuni particolari: i corpi dei bimbi erano stati ritrovati in condizioni terribili, e non c'erano piste verosimili. La scia chimica era di fatto stata ignorata.
Poliziotti stupidi, superficiali, spaventati dall'ignoto o collusi con i lumaconi assassini?
di Jacopo de Medici
lunedì 14 febbraio 2011
Il salvataggio
Quando crei un piano perfetto, puoi essere certo che qualcosa andrà storto. A volte verrebbe proprio voglia di limitarsi all'uso più brutale della violenza, che però ha una controindicazione: la vittima della violenza potresti essere tu. Io, Dimitri e Gustav (quando si è ripreso dal terrore della comparsa dell'Ithiano) ne avevamo uno audace e astuto allo stesso tempo. Durante la nostra visita notturna all'ufficio di Herbert, avevamo scoperto che era stato minacciato dai mafiosi di Baxter, tra i più violenti della zona, per non aver pagato “un servizio” non meglio identificato. Le nostri menti vi hanno lavorato per tutta la notte, e alla fine abbiamo convenuto che potesse riguardare la scomparsa di Paul.
Una notte nei bassifondi, passata a raccogliere informazioni, non ha fruttato molto più di qualche buon drink analcolico (o almeno così dichiarava il barista dall'occhiolino facile) e un caldo consiglio a non interagire direttamente con Baxter, uno dei più violenti malavitosi della zona.
Dovevamo strizzare un po' di informazioni a Herbert, ma con le buone non ci avrebbe mai rivelato nulla.
Un buon malavitoso si veste elegantemente, ma sotto il cappotto tiene armi da fuoco. All'occorrenza, si copre il volto.
Non era un travestimento difficile, e la sera ci siamo avviati verso la casa dove Herbert viveva solo, con l'intenzione di spacciarci per scagnozzi di Baxter, picchiarlo (in fondo era stato scortese con noi quando eravamo andati a trovarlo) e minacciarlo con parole vaghe, incalzandolo con frasi tipo “non sei soddisfatto del nostro lavoro? Cosa c'è che non ti è andato?”, per scoprire qualcosa. Contavamo che temesse una visita dei mafiosi.
Ma non avevamo considerato appieno la possibilità che avesse un buon motivo per temere gli uomini di Baxter: quando siamo arrivati all'appartamento del malcapitato procuratore, abbiamo trovato la porta aperta, e lui delirava, sfigurato, nel suo stesso sangue. Era stato pesantemente malmenato. Molto più di quanto non avremmo fatto noi.
Nessuno di noi ha la vera stoffa del malavitoso, comunque ci si possa vestire.
Non siamo, però, così mammolette da prestare aiuto allo sventurato (che, comunque, non era in pericolo di vita e si vedeva benissimo: tre settimane di ospedale e sarebbe stato come nuovo) senza prima perquisire l'appartamento. Io e Gustav ci abbiamo dato dentro, mentre Dimitri sorvegliava la porta con in pugno il fucile a pompa.
Bingo! Abbiamo trovato fatture per il ricovero di un certo Paulie Meldon presso un sanatorio per le malattie della mente, da pagare a partire dal giorno del rapimento di Paul Lemonde.
Herbert sarà senza dubbio un buon procuratore, ma non è un genio creativo nell'inventare nomi falsi.
Ci siamo precipitati alla clinica (non prima di chiamare un'ambulanza per Herbert, in segno di riconoscenza per l'ospitalità) per verificare che Meldon fosse proprio Lemonde, e non dare una delusione a mammina portandola lì senza certezze.
Una volta giunti, è venuto fuori che non potevamo vedere Paul. In verità, l'infermiera non voleva nemmeno confermaci la presenza di un ospite registrato a quel nome, e se non fosse entrata in azione la seducente barbetta francese di Gustav probabilmente avremmo ancora il dubbio.
Ma nemmeno l'arte amatoria transalpina poteva vincere le regole della riservatezza della clinica: solo Herbert aveva l'autorizzazione a vederlo. Io ho cominciato a piangere raccontando della mamma in pena.
In Italia avrebbe funzionato, ma questi dannati americani non hanno rispetto per il cuore di mamma! Gentaglia.
Alla fine è arrivato anche uno dei responsabili della clinica, e Dimitri ha cominciato a bersagliarlo con un'arringa da avvocato sostenendo che si trattava di sottrazione di persona, che avremmo potuto denunciare la clinica, fino a quando siamo stati condotti da Paul.
Era davvero Paul, e per fortuna era pazzo davvero.
Almeno, pazzo abbastanza da credere che il nostro francesino fosse il suo vecchio amico Rodgers, raccontandogli tutta la storia: il rapimento era stato inscenato da Herbert, all'unico scopo di permettergli di curarsi e riposarsi in quel sanatorio, dopo che le sue condizioni di stress si erano aggravate – anche perché Vilma, la gran millantatrice di amori inesistenti, lo aveva lasciato. Non abbiamo faticato a convincerlo a tornare dalla mamma, facendo leva sulla sua nostalgia e bisogno di affetto.
Purtroppo, dei 2000 dollari di ricompensa, Von Castellan si è tenuto il 40% come commissione.
Al mio ritorno in Università, ho scoperto che il mio assistente non aveva corretto che dieci prove di esame. Avrei voluto aiutarlo, ma sono stato costretto a dedicarmi notte e giorno allo studio dei Manoscritti Pnakotici. Se va bene, me la sbrigherò in quattro settimane.
di Jacopo de Medici
mercoledì 9 febbraio 2011
Il sognatore
Improvvisamente, il buon motivo fece capolino dalla porta, nelle vesti di Gustav, il nostro paparazzo:
“Ehi, è sparito Paul LeMound, il medium. Il capo ci vuole subito operativi”.
Con un sospiro di sollievo, scrissi un biglietto per il mio assistente Garry, spiegando che ordini superiori mi impedivano di correggere le 123 prove, che gli lasciavo nel cassetto, da consegnare per lunedì, e mi mossi verso l'ufficio di Von Castellan.
Paul LeMound era un pezzo grosso, la sua sparizione mi era nota: di quei tempi, a New York, era senza dubbio il medium più quotato, e i giornali avevano riportato la sua scomparsa, qualcuno con toni drammatici, gli idioti razionalisti che non crederebbero nemmeno all'esistenza di un mostro tentacoluto se si presentasse per il thé, erano invece quasi ironici perché Paul non aveva previsto che gli sarebbe successo qualcosa di brutto.
Ciò che ignoravo era che Von Castellan lo conoscesse, ma avrei dovuto immaginarlo: c'è qualche posto in cui non abbia le mani in pasta?
Due ore dopo io, Dimitri e Gustav eravamo da Irene, la vecchia, truccatissima madre di Paul, che sembrava genuinamente preoccupata per suo figlio, e (manco a dirlo) ha sparlato di Velma, la fidanzata del figlio e del suo manager, Herbert. Comunque, ci ha dato alcune informazioni utili, e soprattutto le chiavi e un permesso per visitare la casa del figlio, nonché una sua lettera, trovata in casa, e un diario di adolescente. La lettera parlava di un uomo turbato, e con strane visioni di un mondo preistorico, che ricordavano i sogni da adolescente descritti nel diario: Paul si percepiva come un essere enorme e alieno in un mondo preistorico.
Per curarsi era stato ricoverato, e sembrava guarito, ma di recente i sogni erano ricominciati.
Dopo la madre, siamo andati da Velma, un'attricetta da due soldi che non era nemmeno in grado di simulare per bene la sua disperazione. Diceva di essere afflitta, ma mi sa che aveva ragione Irene a dire che stava con Paul più che altro per sfruttarlo. Comunque, era un bell'esemplare di mammifera.
Secondo lei, tutto con Paul filava liscio, ma il nostro segugio le ha mostrato la lettera in cui Paul scriveva il contrario, e lei ci ha cacciato.
Abbiamo ancora visitato casa di Paul, senza grande costrutto, e anche la visita di Herbert, alquanto scostante, è stata poco costruttiva. O meglio, lo sarebbe stata se non ci fossimo ingegnati.
Tanto per cominciare, Gustav ha quasi sedotto la segretaria, dandole appuntamento all'uscita dal lavoro. Mentre attendevamo il momento, ci ha fermati un sedicente e poco credibile agente assicurativo che voleva carpirci informazioni, ma abbiamo notato subito la sua barba posticcia: Dimitri l'ha seguito di nascosto, mentre io mi sono dato da fare per scoprire i risultati sportivi del giorno.
Beh, di nascosto per qualche minuto, poi quello ha cominciato a dare segnali di accorgersi di essere seguito e di non gradire la cosa: nello specifico, ha tirato un bidone e sparato tre proiettili contro Dimitri, che non l'ha presa bene e l'ha ucciso. Già che c'era, l'ha anche ripulito di chiavi, soldi e documenti: era Rodgers, un vecchio amico di Paul, con il quale lo scomparso aveva condiviso un viaggio in Asia di otto anni, in gioventù.
Mentre Gustav si vedeva con la segretaria, la quale descriveva Herbert come un brav'uomo teso per via di certe minacce, io e Dimitri abbiamo inscenato un furto, scoprendo che Herbert era veramente malmesso dal punto di vista economico, ed aveva tre o quattro polizze di assicurazione sulla vita di Paul (che però era il suo unico assistito redditizio – e si prendeva il 50% dei guadagni).
Per finire la serata criminale, siamo penetrati anche nella casa di Rodgers, dove abbiamo trovato un buon numero di libri da ricerca, alcuni appunti, ma soprattutto una specie di proiettore e un libro preziosissimo ed antico: i Manoscritti Pnakotici, di cui si conoscono solo cinque copie, che si ritenevano perdute, e che parla dei tempi preistorici. Non sono ancora riuscito a leggerlo. Non ne ho avuto il tempo: appena arrivati in Università, Dimitri ha attivato il proiettore, ed è comparso una specie di enorme cono con le chele. O così mi hanno detto: io sono svenuto, Gustav ha dato di matto per un po'.
Solo Dimitri ha guardato un po' il cono, che lo ha guardato perplesso, poi è sparito.
Era un Yith.
Brutta bestia.
E, dal diario di Rogers, era chiaro: gli Yith stanno cercando Paul, e volevano che fosse Rogers a trovarlo.
In quel momento, non mi sarebbe poi dispiaciuto essere davanti alle mie centoventitre prove di esame da correggere.
di Jacopo de Medici